Tasi seconde abitazioni le quote per gli inquilini

tasse immobili

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Tra le complicazioni che si trovano di fronte i contribuenti in questi giorni in cui debutta la famigerata Tasi c’è anche la quota a carico degli occupanti nelle case che non sono abitate dal  « soggetto titolare del diritto reale sull’immobile».
Si tratta di quella che per semplicità è stata chiamata la «quota inquilini», perché i tre milioni di case affittate rappresentano di gran lunga la situazione più frequente in cui il problema si può presentare. Anche su questo aspetto i Comuni, che possono mettere a carico dell’occupante una quota compresa fra il 10 e il 30% della Tasi dovuta sull’immobile, sono andati in ordine sparso. Confedilizia, che ieri ha chiesto a tutti i sindaci di rinviare la scadenza dell’acconto al 16 luglio «o almeno al 30 giugno», ha calcolato che quasi il 40% delle amministrazioni locali in cui la Tasi si applica anche fuori dall’abitazione principale ha deciso di chiedere agli inquilini il 30% del tributo, un altro 40% ha fatto la scelta di chiedere il 10% agli inquilini e il 90% ai proprietari, mentre negli altri casi sono state fissate ripartizioni diverse (80-20, 75-25 e così via). Nelle delibere non mancano però situazioni diverse, in cui si è deciso di non applicare la Tasi agli inquilini e di chiedere tutto ai proprietari. Questa scelta però è illegittima, perché la norma (comma 681 della legge 147/2013) spiega che nella Tasi sulle case “occupate” da soggetti diversi dal proprietario la quota per gli inquilini può oscillare fra il 10 e il 30%, e non può quindi essere azzerata; diversa è la situazione dei Comuni (Bologna, per esempio, ma casi analoghi sono molto frequenti) dove la Tasi riguarda solo l’abitazione principale, e quindi esenta di fatto sia i proprietari (che però pagano l’Imu) sia gli inquilini degli altri immobili.
Il primo aspetto da verificare, quindi, è ancora una volta la delibera comunale. Quando la Tasi di applica anche lontano dall’abitazione principale, bisogna cercare la ripartizione fra inquilino e proprietario; se la delibera la trascura, l’inquilino è chiamato a pagare la quota minima del 10% (lo prevede l’emendamento al decreto Irpef, criticato da Confedilizia).
Anche se l’inquilino utilizza l’immobile come «abitazione principale», la misura totale del tributo è legata alla condizione del proprietario. In altre parole: bisogna applicare l’aliquota per gli «altri immobili» (o quella specifica per le seconde case locate, se prevista in delibera), e poi dividere il totale fra proprietario e inquilino. Quest’ultimo, precisa l’Economia, è «titolare di un’autonoma obbligazione tributaria», quindi deve attivarsi per compilare il modulo e pagare l’imposta, e non può delegare il proprietario (il quale, a sua volta, non può essere chiamato a rispondere dei mancati versamenti dell’inquilino). Dopo i calcoli, occorre fare attenzione al fatto che sotto i 12 euro annui (o sotto il diverso inferiore importo previsto dal regolamento comunale) l’imposta non è dovuta: attenzione, però, perché il calcolo va riferito all’intera quota inquilini, e in caso di più occupanti (per esempio un appartamento affittato a quattro studenti) non è possibile dividere l’importo per farlo scendere sotto i 12 euro e considerarlo non dovuto.

Fonte Il Sole24Ore

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